«L’unico estremismo che mi è rimasto è quello della poesia. Tutto il resto mi pare una minestra tiepida. La poesia no. La poesia o dà un’emozione oppure non esiste».
«La poesia è vita che rimane impigliata in una trama di parole. Vita che non appartiene più a un corpo né a un tempo o a un’epoca. Non è più legata a nulla. O dà questa emozione oppure è un giocare con le parole che tutti possono scrivere».
Sebastiano Vassalli

Visconti, l’arte del perfezionismo.

"Lavorare con Visconti significava avere completa fiducia in lui – come del resto non si poteva non avere – e disponibilità a tutto quello che voleva perché tanto non c’era niente da fare… Prendiamo Il Gattopardo, uno dei tanti overbudget della Titanus: questo non dipese da Il Gattopardo in quanto tale ma dal fatto che Visconti, innamoratosi di questo film, volle l’assurdo dell’assurdo. Girando in Sicilia, e non dico sulle Alpi ma in Sicilia, pretese che gli arrivassero con l’aereo da San Remo quintali e quintali di fiori freschi ogni giorno per abbellire determinate scene. In quella famosa del ballo volle tutti i numerosi lampadari della sala illuminati con le candele vere. Naturalmente queste candele si squagliavano e di conseguenza, oltre al trambusto iniziale per accenderle, c’era quella di interrompere la lavorazione ogni ora, prendere di nuovo le scale di legno, cambiare le candele, a centinaia, e riaccenderle.

Sempre nella scena del ballo, tutti gli uomini portavano i guanti bianchi. Dato il caldo e l’inevitabile bagno di sudore i guanti dopo alcune ore si ombravano. Nessuno lo avrebbe notato e tanto meno la macchina da presa, ma Visconti sì, e pretese che impiantassimo sul luogo una lavanderia con una cinquantina di donne addette a lavarli perché non poteva girare se i guanti non erano proprio immacolati! E questo solo per citare qualche esempio, tanto per far capire quanto la lavorazione continuò a dilatarsi oltre il previsto. Insomma con il film in costume avemmo un sacco di problemi con Visconti – forse anche perché l’ambientazione aristocratica lo faceva tornare alle sue origini, o forse più semplicemente perché era un perfezionista con tutte le fisime dei perfezionisti – mentre non ne avemmo alcuno per un film moderno come Rocco, che girò con delle esigenze e con un ritmo normali, anche se non certo in economia” (Goffredo Lombardo, in L’avventurosa storia del cinema italiano – 1960-1969, a cura di Franca Faldini e Goffredo Fofi, Milano, Feltrinelli, 1981, p. 257).
Per quanto riguarda i costumi, Piero Tosi, uno dei più grandi collaboratori di Visconti, aveva iniziato il lavoro di documentazione fin dall’inverno del 1961. Tosi racconta:
“Per le divise borboniche e quelle del raffazzonato esercito dei Mille, mi ero ferreamente documentato al Museo Risorgimentale di Palermo, che conservava anche un pantalone azzurro di Garibaldi: tale e quale nel taglio, a un jeans d’oggi. Le camicie rosse nelle bacheche di quel museo: che poesia di taschini, di asole, di centine, di colletti… Mi accorsi che avevano una poesia del fatto in casa, la perfezione amorevole dell’ago e del filo familiari. I Mille erano volontari. Ognuno arrivava con la sua uniforme tagliata e cucita dalle mamme, dalle nonne, dalle fidanzate. Non c’era una camicia rossa uguale all’altra nella truppa di Garibaldi, non c’era un pantalone uguale all’altro. E non dovevano esserci camicie e pantaloni in serie nel film.”



Life is a tragedy when seen in close-up, but a comedy in long-shot.
Charlie Chaplin

Quando l’immagine cancella la realtà. (Jean Baudrillard)

La violenza dell’ immagine (e, in generale, dell’ informazione o del virtuale) consiste nel far sparire il Reale. Tutto deve esser visto, tutto deve essere visibile. L’ immagine è il luogo per eccellenza di questa visibilità. Tutto il reale deve convertirsi in immagine, ma quasi sempre è a costo della sua scomparsa. È d’ altronde proprio nel fatto che qualcosa in essa è scomparso che risiede la seduzione, il fascino dell’ immagine, ma anche la sua ambiguità; in particolare quella dell’ immagine-reportage, dell’ immagine-messaggio, dell’ immagine-testimonianza. Facendo apparire la realtà, anche la più violenta, all’ immaginazione, essa ne dissolve la sostanza reale. È un po’ come nel mito di Euridice: quando Orfeo si volta per guardarla, Euridice sparisce e ricade negli inferi. Così il traffico di immagini sviluppa un’ immensa indifferenza nei confronti del mondo reale. In ultima istanza, il mondo reale si converte in una funzione inutile, un insieme di forme ed eventi fantasma. Non siamo lontani dalle ombre sui muri della caverna di Platone. Un buon esempio di questa visibilità forzata, e in cui (in linea di massima) si mostra tutto, è il Grande Fratello e tutti i programmi dello stesso genere, reality show ecc. È qui, nel momento in cui tutto è mostrato, che ci si rende conto che non c’ è più nulla da vedere. È lo specchio della piattezza, del grado zero…


Grazie alle storie i bambini capiscono che il mistero non li ucciderà. Grazie alle storie scoprono di avere un futuro.
Bernard Malamud


writersatwork:

Marguerite Yourcenar

writersatwork:

Marguerite Yourcenar